“Aquileia era utilizzata come porto d’ingresso per l’Italia. La città aveva, così, reso possibile che le merci fossero trasportate dall’interno via terra o dai fiumi, per essere scambiate con le navi mercantili… Dal momento che l’agricoltura dell’entroterra aveva numerosi addetti alla produzione del vino, ne esportava in grandi quantità verso i mercati che non potevano coltivarvi la vite. Il grande numero di persone che vivevano stabilmente in Aquileia, non era formato solo da residenti autoctoni, ma anche da stranieri e commercianti”.

 

A raccontarci nei dettagli, e col taglio di un moderno storico che non si limita a fare lo storiografo ma tiene conto dei vari aspetti interdisciplinari per dare un senso circolare e compiuto della sua analisi, è Erodiano che, nel III secolo d.C. scrive la sua fondamentale Storia dell’Impero dopo Marco Aurelio VIII, importantissima testimonianza della storia dell’Impero romano e dell’inizio della sua decadenza. Testo scritto in greco e tradotto in latino soltanto nel 1493 da Poliziano.

Erodiano ci sta raccontando di Aquileia, al tempo definita la ‘seconda Roma’ per importanza strategica, per forza militare, per numero di abitanti, per vitalità commerciale. Aquileia, oggi delizioso centro di poco più di tremila abitanti, ai tempi era una grande città, crocevia di ricchi scambi commerciali e nello stesso tempo solida ‘roccaforte’ romana nel controllo dell’Europa orientale. Fondata nel 181 a.C. con intenti militari e più tardi ambita dallo stesso Giulio Cesare come città a lui fedele, nel suo disegno di scalata al massimo potere della Repubblica.

Poi i secoli dell’Impero e la rapida decadenza dopo la calata degli Unni.

Patrimonio Unesco per le sue vestigia e per il suo immenso fascino. Perché camminare per Aquileia è come entrare in un dedalo che richiama alla Roma Repubblicana, alla Roma Imperiale e a quella Paleocristiana. Dopo Roma, forse nessun’altra città può vantare un giacimento archeologico così vasto, solo in piccola parte riportato alla luce dalle varie campagne di scavo, sistematicamente organizzate dal 1930 ad oggi.

Ma molto è ancora da fare e si sa che l’archeologia e in senso più lato i beni artistici e storici non sono mai stati trattati con l’attenzione che si dovrebbe dalle Istituzioni statali, tanto più ai giorni nostri, dove la congiuntura economica generale prospetta scenari poco lieti. Per fortuna le istituzioni cittadine, la collaborazione dei privati e la passione di tutti gli abitanti, stanno dando una spinta consistente affinché l’Aquileia scomparsa possa, almeno in parte, essere riscoperta a tutto giovamento della cultura internazionale. È di due anni fa l’ultimo importantissimo ritrovamento, quello dei resti di un’abitazione dell’Età Imperiale, scoperto durante i lavori condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia inerenti allo scavo di un pozzo artesiano nell’ambito della ristrutturazione di un’abitazione privata sita in via Patriarca Popone. Esempio questo di come l’Aquileia dei Cesari sia ancora nascosta sotto il proprio passato.

 

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